Il lavoro che manca — perché l'Alto Adige non riesce a trovare le persone di cui ha bisogno, e cosa succede se il problema non viene risolto

Il lavoro che manca — perché l'Alto Adige non riesce a trovare le persone di cui ha bisogno, e cosa succede se il problema non viene risolto

Luca Steiner

10 min

Settantaduemila. È il numero di posizioni lavorative scoperte che la Camera di Commercio di Bolzano ha censito nella Provincia Autonoma di Bolzano nei settori e…

Settantaduemila. È il numero di posizioni lavorative scoperte che la Camera di Commercio di Bolzano ha censito nella Provincia Autonoma di Bolzano nei settori economici principali nel corso del 2025. In una provincia di poco più di cinquecentosettantamila abitanti, con un tasso di disoccupazione che si aggira intorno al tre per cento — fra i più bassi di qualsiasi territorio europeo paragonabile — si tratta di un dato che descrive non un'economia in difficoltà, ma un'economia che cresce più velocemente di quanto la propria popolazione riesca a seguire.

La cifra va contestualizzata. Una parte significativa di queste posizioni è di natura stagionale, concentrata nei mesi invernali ed estivi della stagione turistica, e si riempie ogni anno attraverso flussi di lavoratori provenienti principalmente dall'Europa dell'Est, dall'Asia meridionale e dai Balcani. Un'altra parte è strutturalmente scoperta da anni, in settori come la sanità, l'edilizia e la manifattura di precisione, e non si riempie né con lavoratori stagionali né con il mercato locale. Una terza parte, forse la più interessante da analizzare, riguarda posizioni qualificate — cuochi, sommelier, tecnici di impianti a fune, personale di front-office bilingue, manager di strutture ricettive — per le quali la domanda supera la disponibilità di candidati con la formazione adeguata anche quando i salari offerti sono superiori alla media provinciale.

Il problema del lavoro in Alto Adige non è un problema di disoccupazione. È un problema di struttura: il mercato del lavoro provinciale è diventato così stretto che qualsiasi rallentamento nella disponibilità di manodopera dall'esterno produce effetti immediati sull'operatività delle imprese.

Turismo: il cuore del problema e la fonte di quasi tutte le contraddizioni

In nessun settore la carenza di lavoro è più visibile, e più strutturalmente complessa, che nel turismo. L'industria ricettiva altoatesina — circa tremiladuecento strutture fra hotel, masi e agriturismi, per un totale di oltre duecentoventimila posti letto — ha raggiunto nel 2025 trentasette milioni di presenze. È un risultato straordinario per un territorio di queste dimensioni. È anche un risultato che richiede, per essere mantenuto e soprattutto per essere sostenuto qualitativamente, un numero di addetti che il territorio non riesce più a esprimere autonomamente.

Le stime del settore indicano che nel solo comparto alberghiero e della ristorazione la carenza di personale qualificato ha raggiunto nel 2025 una percentuale intorno al diciassette per cento dei posti richiesti. Non si tratta di posti qualunque: mancano i profili con maggiore impatto sulla qualità percepita dal cliente — il personale di sala, il cuoco con esperienza, il barista specializzato, il receptionist che parla italiano, tedesco e inglese. Queste figure non si trovano perché il mercato del lavoro provinciale le ha quasi esaurite, e perché la formazione professionale locale non produce volumi sufficienti di diplomati nei profili richiesti.

Le aziende che fanno da esempio per rispondere al problema si muovono su più fronti. Alcune hanno investito massicciamente nella formazione interna, costruendo percorsi di crescita professionale che trattengono il personale attraverso prospettive di carriera e non solo attraverso i livelli salariali. Altre hanno sviluppato reti di contatto diretto con istituti di formazione alberghiera in Romania, Ungheria, Serbia e Albania, dove la formazione professionale turistica mantiene standard abbastanza alti da garantire profili utilizzabili con relativamente pochi mesi di inserimento. Altre ancora hanno deciso di ridurre i giorni di apertura settimanale o la capacità di copertura dei turni piuttosto che abbassare gli standard qualitativi con personale non adeguatamente formato.

Quest'ultima strategia, la più radicale, è anche quella che rivela con più chiarezza il cambiamento culturale in corso nel settore. Un gestore alberghiero di Selva di Val Gardena, intervistato nell'ambito di una ricerca commissionata dalla Federazione degli albergatori altoatesini, lo ha espresso con sintesi efficace: «Dieci anni fa avrei fatto di tutto per riempire ogni turno. Oggi preferisco avere meno coperture e tenere alto il livello. Perché il cliente che ritorna non ritorna per i prezzi — ritorna per come lo abbiamo fatto sentire. E se chi lo serve non sa farlo, perdo il cliente per sempre.»

Edilizia: il settore che nessuno vuole vedere

C'è un paradosso nell'economia altoatesina che vale la pena nominare esplicitamente. La provincia soffre di una crisi acuta di accessibilità abitativa, con prezzi e canoni che crescono a ritmi insostenibili per la popolazione locale. Allo stesso tempo, il settore dell'edilizia — quello che dovrebbe produrre l'offerta di nuove abitazioni — ha una carenza di manodopera qualificata che supera, in termini percentuali, quasi tutti gli altri settori economici.

Muratori, carpentieri, imbianchini, posatori di pavimenti, tecnici di impianti idrici e termici: questi profili sono cercati da anni da ogni impresa edile della provincia senza che l'offerta riesca ad avvicinarsi alla domanda. Il problema non è recente. È la combinazione di tre tendenze che si sono sovrapposte nel tempo. La prima è il declino dell'interesse delle giovani generazioni per le professioni manuali, che si è manifestato in modo particolarmente acuto nelle aree alpine dove il turismo e il commercio offrono alternative percepite come più attraenti. La seconda è l'invecchiamento della manodopera artigiana esistente, con una quota crescente di titolari di imprese artigiane che si avvicinano alla pensione senza aver trovato successori né fra i figli né nel mercato. La terza è il fenomeno, spesso ignorato nei dibattiti pubblici, dell'uscita dal settore di lavoratori stranieri che avevano acquisito esperienza e qualifica in Alto Adige e che sono tornati nei paesi di origine grazie a condizioni economiche migliori di un tempo.

Il risultato è che le imprese edili altoatesine, che ricevono commesse pubbliche e private in quantità superiore alla loro capacità esecutiva, si trovano nell'impossibilità di rispettare i tempi di consegna, di fare concorrenza sulle gare pubbliche senza subappaltare a ditte esterne, spesso di fuori provincia, e di mantenere la qualità artigianale che ha storicamente caratterizzato la produzione edile del territorio.

Sanità: il problema silenzioso che riguarda tutti

Il sistema sanitario provinciale è uno dei migliori d'Italia, misurato per quasi qualsiasi indicatore rilevante. I tempi di attesa per molte prestazioni sono inferiori alla media nazionale, la dotazione tecnologica è aggiornata, il personale ha mediamente livelli di formazione elevati. È anche un sistema che sta accumulando, in silenzio, un deficit strutturale di personale che potrebbe nel giro di pochi anni metterne a rischio l'eccellenza.

Il problema riguarda soprattutto i medici specialisti e gli infermieri. Per i primi, la concorrenza internazionale è diventata estremamente intensa: un medico specializzato formato a Innsbruck, Padova o Bologna può scegliere fra decine di posizioni in Austria, Germania, Svizzera e nei principali centri italiani, spesso con condizioni salariali comparabili o superiori ma con ambienti di lavoro metropolitani che il territorio alpino non può offrire. Per gli infermieri, il problema è diverso: la formazione provinciale non produce abbastanza laureati, e il bacino di reclutamento esterno è conteso da regioni con risorse finanziarie molto superiori.

L'Azienda Sanitaria dell'Alto Adige ha risposto con una serie di misure: incentivi salariali specifici per profili difficili da reperire, accordi con università austriache e italiane per stage e assunzioni, programmi di formazione accelerata per infermieri con titolo estero. I risultati ci sono, ma la direzione del trend non è ancora cambiata. Le posizioni vacanti nel comparto sanitario a fine 2025 erano superiori a quelle dell'anno precedente.

La questione culturale che si nasconde sotto le statistiche

Dietro i numeri della carenza di lavoro c'è una questione che le statistiche non catturano in modo diretto, ma che chiunque lavori nel settore delle risorse umane in provincia riconosce immediatamente. L'Alto Adige è un territorio che attrae lavoratori da fuori per condizioni di vita eccellenti — paesaggio, sicurezza, servizi, qualità dell'ambiente — ma che spesso li perde, dopo uno o due anni, per una ragione specifica: l'integrazione nella comunità locale è più difficile di quanto il territorio sembri promettere dall'esterno.

Un lavoratore che arriva dalla Romania o dall'Albania per lavorare in un albergo di Val Pusteria trova condizioni di lavoro generalmente buone, ma si trova a vivere in una realtà in cui la comunità locale — di lingua tedesca in quel contesto — mantiene reti sociali compatte e non sempre permeabili per chi arriva da fuori. La lingua è una barriera reale, e il tedesco dell'Alto Adige, con le sue varianti dialettali, è un ostacolo aggiuntivo rispetto a un italiano standard. Il risultato è che il tasso di turnover del personale straniero nelle strutture ricettive altoatesine è fra i più alti d'Europa per il settore, e ogni anno le imprese devono ricominciare da capo un processo di inserimento che ha costi economici reali.

Alcune aziende hanno capito che la risposta non è soltanto economica. Strutture che hanno investito in alloggi adeguati per i dipendenti stagionali, in programmi di integrazione linguistica durante il lavoro, in attività sociali che facilitano il contatto con la comunità locale, registrano tassi di retention significativamente superiori. Non si tratta di filantropia: è una risposta razionale a un problema di mercato. Ma richiede un investimento iniziale che non tutte le imprese, specialmente le più piccole, sono in grado di sostenere.

Le politiche che ci sono e quelle che mancano

La Provincia ha risposto alla carenza di manodopera con una serie di misure che sono corrette nella direzione ma insufficienti nella dimensione.

Il sistema delle scuole professionali altoatesine — il CNOS-FAP per il mondo italiano, il Landesberufsschule per quello tedesco — produce diplomati in molti dei profili richiesti dal mercato, ma i volumi non tengono il passo con la domanda. Un ampliamento della capacità formativa, con un focus specifico sui profili più richiesti nel turismo, nell'edilizia e nella sanità, richiederebbe un investimento provinciale che supera i livelli attuali.

Il sistema dei visti per lavoratori stagionali extra-comunitari è migliorato negli ultimi anni, con la semplificazione delle procedure per i flussi regolari verso i settori in carenza. Ma i tempi burocratici rimangono un problema: le imprese che hanno bisogno di personale formato per l'inizio della stagione invernale lo sanno con anticipo, ma non possono pianificare con sufficiente certezza l'arrivo di quel personale.

Sul fronte dell'integrazione residenziale, la situazione è ancora più critica. Il mercato immobiliare di Bolzano e delle principali valli è inaccessibile per chi guadagna un salario medio da dipendente. Le strutture di edilizia convenzionata per lavoratori — i cosiddetti ostelli o foresterie — sono insufficienti rispetto alla domanda e, soprattutto, sono concentrate nei centri urbani piuttosto che distribuite nelle valli dove il lavoro stagionale si concentra.

Il rischio che non viene nominato

C'è un rischio di medio termine che il dibattito economico altoatesino tende a evitare, forse per non creare allarmismo, ma che merita di essere nominato.

Il modello di sviluppo dell'Alto Adige degli ultimi trent'anni ha funzionato perché ha trovato un equilibrio fra tre elementi: alta qualità dell'offerta turistica e agricola, alta capacità di attrarre lavoratori da fuori per coprire i settori in carenza, e alta qualità della vita per la popolazione locale che ha scelto di restare. Se uno di questi tre elementi comincia a vacillare, gli altri due si indeboliscono in modo non lineare.

Se la qualità dell'offerta turistica scende perché manca il personale adeguato per sostenerla, la capacità di generare fatturato si riduce, gli investimenti rallentano, e le condizioni di lavoro — incluse quelle salariali — diventano meno competitive. Se le condizioni di vita per i lavoratori stranieri non migliorano, il tasso di turnover resterà alto e la provincia dovrà ogni anno competere con destinazioni sempre più lontane per trovare la manodopera che serve. Se la popolazione locale giovane continua a non trovare prospettive residenziali adeguate, il bacino di lavoratori nativi del territorio si assottiglierà ulteriormente.

L'Alto Adige ha le risorse — finanziarie, istituzionali e culturali — per affrontare questo nodo. Ha la competenza legislativa in materia di lavoro, formazione e urbanistica che la maggior parte delle regioni italiane non ha. Ha una tradizione di pragmatismo che ha prodotto soluzioni originali e funzionanti in domini molto più complessi di questo.

Quello che sembra mancare, almeno per ora, è la disponibilità a trattare la carenza di lavoro non come un problema ciclico che si risolverà da solo quando il mercato si aggiusterà, ma come un problema strutturale che richiede risposte strutturali. Perché settantaduemila posizioni scoperte in una provincia di mezzo milione di abitanti non sono il segnale di un mercato che funziona bene. Sono il segnale di un mercato che ha bisogno di essere ripensato.

💼 Economia e Turismo 10 min

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